“Caro Disturbo, chi sono senza di te?” – articolo della dr. Veronica Gobbetto, psicologa e psicoterapeuta specializzata in Disturbi Alimentari

A seguire il primo di una serie di contributi della dottoressa Veronica Gobbetto, per aiutare a comprendere maggiormente l’universo dei Disturbi Alimentari.
Buona lettura.

 

“Dottoressa mi manca il Disturbo, sento che è meno presente, mi teneva compagnia, era un mio marchio di riconoscimento”.

Parole condivise molto spesso con queste giovani donne coraggiose che decidono di lottare. Perché guarire da un disturbo alimentare è qualcosa di difficile, impegnativo, logorante,e  quando si decide di stare meglio inizia un’ avventura in cui tutti noi ci mettiamo in gioco. La giovane, i genitori, i fidanzati e noi terapeute. È un viaggio straordinario fatto di momenti di successo e momenti di sconforto, ma tutti abbiamo lo sguardo puntato verso il traguardo.

Oggi come in mille altre occasioni non mi stupisco di sentire queste parole, perché un Disturbo Alimentare nasce da una difficoltà di identificazione, nasce da non riuscire a valutarsi positivamente come persone. E così il peso, le forme del corpo e il controllo dell’alimentazione diventano gli unici parametri di valore per la persona, per cui “se resisto, valgo, se digiuno sarò magra e di valore ecc….”. E dopo aver abbattuto i  fattori di mantenimento del Disturbo Alimentare, si arriva al cuore del problema. Il Disturbo  aiutava a riconoscersi, a sentirsi in valore, a sentirsi capaci in qualcosa….e quando questo qualcosa viene ridotto o eliminato, che cosa rimane??

Mi viene in mente una metafora. Una persona in mezzo a una folla di gente per avere il coraggio di farsi riconoscere, vedere  sventola una bella bandiera rossa. Finalmente le persone la vedono, pongono la propria attenzione su di lei. E la persona si sente di valere, di esserci riuscita, di potersi dire brava. Ma  se ad un certo punto le venisse chiesto di gettare la bandiera, come potrebbe farsi riconoscere, identificarsi, differenziarsi dalla folla?

E qui il lavoro diventa minuzioso, si cercano altri ambiti, dimensioni, si apre la prospettiva,ci si mette in gioco, si cerca di capire chi si è e che cosa ci rende unici senza ricorrere al Disturbo. E il viaggio si complica, ma nella maggior parte diventa una scoperta di se stessi che permette a queste persone di essere finalmente libere di vivere e straordinariamente uniche.

Ed essere testimoni di questo difficile e gratificante viaggio è sicuramente un grande privilegio.

 

 

foto: dr. Veronica Gobbetto, psicologa e psicoterapeuta

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