80 Voglia di Frutta

annoynig orange 2Cose che causano un leggero dolore a una dietista: imbattersi in alcune mode alimentari degli anni ’80 nel 2013 spacciate per novità.
Si prende una dieta famosa, le si fa un restyling appiccicandole addosso nozioni pseudoscientifiche di pseudofisiologia,  le si appioppa un nome nuovo, et voilà , ecco a voi  un innovativo approccio alimentare.
Questo processo lo chiameremo “Pimp my Diet”.
Così si trasforma la dieta Scarsdale nella dieta Dukan, per esempio.
E può essere fatto anche  con le singole informazioni, quelle vecchie e superate, per farle tornare alla ribalta.

Per  capire lo sgomento che può provare una dietista sentendo ancora, dopo anni, certe teorie, dovreste immaginare di andare a fare shopping nel vostro negozio preferito e trovare solo enormi maglioni a pois da indossare con le spalline, andare dalla parrucchiera e uscire con  un ciuffo vertiginoso cementificato da due chili  di lacca, chiedere al genio della lampada di farvi incontrare l’uomo più bello e ritrovarvi davanti Sandy Marton.
Trent’anni fa va bene, ma oggi no, Sandy Marton no. Scusa Sandy, nulla di personale.
Ecco, questo è il punto: certe cose non si possono vedere, non si possono sentire.
Soprattutto quando, spesso e volentieri, vanno a infamare un alimento come la frutta.

“Ho sentito dire che la frutta non si dovrebbe mangiare dopo i pasti”
Ah, e perché?”
“ Non lo so”

Il razionale di questa teoria è che se assumiamo la frutta  al termine di un pasto che contenga carboidrati complessi e/o a  proteine, avendo dei tempi di digestione diversi, viene rallentato l’intero processo digestivo, perché lo stomaco si svuota più lentamente  e si dà luogo a una fermentazione intestinale maggiore.

In un’epoca in cui si combatte con la fame anche a suon di tecniche sazianti di ogni tipo, perché si decida di scagliarsi contro la frutta, che questo compito lo svolge  in modo naturale ed efficace, conferendo un riempimento sufficiente ad alzarsi da tavola sazi, ma che non dura per più di mezz’ora,  rimane un mistero. E perché da pasti troppo ricchi di grassi nocivi e cereali raffinati, che sicuramente comportano un’alterazione della fermentazione intestinale, si dovrebbe scegliere di eliminare la frutta e la fisiologica fermentazione che ne consegue, pure.

Quasi mai la colpa di un intestino gonfio è il consumo regolare di frutta. Non confondiamo causa ed effetto: quando un intestino è già irritato  la fermentazione data dalla frutta può risultare fastidiosa.
La soluzione più logica, però, è lavorare sull’infiammazione dell’intestino e non portare avanti la granitica abitudine di non  mangiar frutta con un colon irritato, perché in questo modo, paradossalmente, non si tutela la salute del colon, ma la sua irritazione.
Anche perché le fibre erroneamente ritenute responsabili del gonfiore  svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione dei tumori, riducono  l’assorbimento intestinale di grassi e di zuccheri, nutrono il microbiota intestinale, che sembra una parolaccia, invece è l’insieme dei microrganismi volgarmente noti come flora batterica, responsabili solamente  del 70% delle difese immunitarie del nostro corpo.

“Ho sentito dire che la frutta fa bene solo se è mangiata a digiuno”
“Ah, e perché?”
“Non lo so”

Negli anni ’80  la dieta Beverly Hills,  tramutata in dieta di Hollywood ai giorni nostri – potevano almeno cambiare contea – partorì la “genialata” di rendere la frutta regina incontrastata dell’alimentazione quotidiana: in tutti i pasti lei e solo lei! Perché a digiuno i preziosi nutrienti della frutta (vitamine, minerali, antiossidanti) vengono assorbiti più rapidamente, e mangiandone tanti ne amplifico gli effetti positivi.

Ridurre il pasto a sola frutta vuol dire non assumere nutrienti fondamentali come aminoacidi essenziali e acidi grassi essenziali, non permettendo al corpo di funzionare bene; dal punto di vista metabolico si rischia di abbassare  il consumo e di predisporsi all’accumulo al pasto successivo; dal punto di vista biologico è facile andare in contro a  sbalzi di glicemia e insulinemia, con conseguente alterazione dello stimolo della fame  o dell’input alla sintesi dei grassi; dal punto di vista comportamentale il peculiare  sbilanciamento di nutrienti si traduce in più probabili perdite di controllo, che invaliderebbero anche il più salutare dei regimi alimentari. Figuriamoci questo.
Tuttavia, per rasserenare i fautori della frutta a digiuno, basta ricordar loro che le linee guida per la prevenzione dei tumori raccomandano almeno  5 porzioni tra frutta e verdura al giorno, quindi ne abbiamo da mangiare sia a pasto che a digiuno.

“Ho sentito che non si deve mangiare la frutta assieme ai secondi perché non va bene mischiare proteine e carboidrati soprattutto a cena”
Ah, e perché?”
“Non lo so”

Sempre dagli anni ’80 arriva la rivisitazione della dieta dissociata (anche solo per il  nome non bisognerebbe accordarle fiducia, ma vabè) che vedeva proteine e carboidrati presenti nello stesso giorno senza mai sfiorarsi nei pasti, come gli amanti di Ladyhawke.
Dopo il trattamento “Pimp my diet” diviene cronodieta, secondo cui ogni nutriente ha il suo preciso orario di introduzione, carboidrati entro le 17, grassi e proteine poi.
Nella cronodieta, nozioni consolidate da anni, come i cicli circadiani degli ormoni che regolano il metabolismo dei nutrienti, vengono imbrattate con fanatismi da fantascienza che non hanno nulla a che vedere con la fisiologia della nutrizione, come, per esempio, non osare mangiare carboidrati dopo le 17,nemmeno frutta, nota portatrice sana di carboidrati semplici,  men che meno a cena, per l’amor di Dio.
E  uno si immagina che accada qualcosa di irreparabile, tipo la trasformazione del Mogwai in Gremlin se lo nutri dopo mezzanotte.
Peccato che non ci siano studi clinici che dimostrino che  mangiare carboidrati dopo le 17 faccia diventare Gremlins, né che separare così nettamente l’introduzione di carboidrati e proteine porti dei vantaggi dal punto di vista nutrizionale e tanto meno digestivo: disabituare stomaco e intestino a digerire pasti completi significa renderli meno efficienti, e non è una strategia vincente a lungo termine.
Per contro, alcune sostanze contenute nella frutta, come la bromelina, aiutano a digerire le proteine; altre, come la vitamina C, facilitano l’assorbimento di ferro contenuto nei cibi proteici; altre ancora come le fibre solubili  riducono l’assorbimento intestinale di colesterolo presente nei cibi proteici di origine animale; infine, grazie agli antiossidanti, la frutta contrasta l’ azione di sostanze tossiche e cancerogene contenute nella carne in particolare.
Motivo per cui, il modello alimentare di riferimento  più attuale per i pasti, è quello dell’Healty Plate,  che vede tutti i nutrienti presenti, nelle giuste proporzioni, nello stesso pasto, anche per sfruttare le sinergie che si creano tra un nutriente e l’altro.
Sezionare l’alimentazione in compartimenti stagni non produce mai  informazioni corrette, nemmeno  quando, partendo dal presupposto che la frutta fa bene, si assurge alla convinzione che anche il fruttosio, il suo zucchero, deve necessariamente far bene, e sia da preferire a tutti gli altri tipi di zucchero.
Il fruttosio invece, una volta estrapolato dalla frutta, non ha tutti questi benefici e non è meglio degli altri zuccheri, anzi,  se si introduce in eccesso, viene accumulato a livello epatico con possibili conseguenze  negative per la salute.

Bene, giustizia è fatta, ora mi sento compiaciuta  come Jessica Fletcher dopo aver scagionato dall’ennesima accusa di omicidio uno dei suoi 120 nipoti.
Sigla.

 

 

foto: Annoying Orange, l’unico frutto molesto che conosco.

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