The Dark Side of the Mou

Quando l’anno scorso fu pubblicato l’articolo “The toxic truth about sugar” sulla rivista  Nature  tutti i giornali riportarono la notizia con grande scalpore. L’articolo spiegava la pericolosità dello zucchero, paragonabile a quella di alcol e fumo visto che, come questi, tende a creare dipendenza fisica, quindi porta facilmente all’abuso, può essere definito tossico per i danni che certamente produce  (favorisce l’accumulo di tessuto adiposo, può alterare i valori di glicemia, trigliceridi, colesterolo, può portare a statosi epatica non alcolica, a pancreatite e  all’innalzamento della pressione del sangue), e ha un impatto negativo, in termini di spesa sanitaria, sulla società.

Questo riguarda tutti i tipi di zucchero.
Quello da tavola, lo zucchero di canna integrale, il fruttosio, il maltosio, lo sciroppo di glucosio, lo sciroppo di mais, lo sciroppo d’acero, quello d’agave, il miele, etc.
L’indicazione rimane quella di limitare l’assunzione quotidiana al 10% delle calorie totali, per intenderci 40- 50g al giorno, e se mangiamo 3 frutti al giorno e uno yogurt bianco non è che abbiamo tanto margine di aggiungere altro.

Gli autori dell’articolo sostengono che un modo possibile per arginare il problema sia tassare i cibi e le bevande con aggiunta di zuccheri per dissuadere dal consumo, limitarne la vendita, senza dubbio nelle scuole e nei vari esercizi commerciali, ma anche in base all’età.
Per alcol e fumo ha funzionato e probabilmente funzionerebbe anche per lo zucchero, perché vorrebbe dire mettere in atto una strategia comportamentale molto efficace, ovvero eliminare lo stimolo visivo, su larga scala.

E poi suggeriscono di depennarlo dalla lista Gras (Generally Regarded as Safe)  in modo da costringere i produttori di cibi dolci a regole più rigide nell’utilizzo.
Non sono fiduciosa sulla volontà di realizzare queste proposte da parte delle autorità competenti, e comunque, oltre a rendere più difficile la reperibilità dei cibi dolci,  si dovrebbe fornire un’alternativa sana, rendendola più accessibile, per esempio abbassando i costi di frutta, frutta secca e frutta essiccata (chè  100 g. di noci sgusciate possono costare più di  1 kg di biscotti!) e facendola trovare nei distributori automatici nelle scuole, nei bar, etc.

L’approccio degli autori è molto pragmatico, razionale, una razionalità che può facilmente arrivare ai medici di base, che spesso sono i primi a sottovalutare l’impatto di una cattiva alimentazione sulla salute e che potrebbero iniziare ad essere perentori sulla necessità di acquisire buone abitudini alimentari.
E può essere anche utile a guidare chi, i dolci, li introduce distrattamente nelle occasioni, chi li mangia perché ci sono. In questi casi rieducare il palato a gusti più neutri e far sperimentare  come un apporto adeguato di carboidrati provenienti da cereali integrali e legumi smorzi la voglia di cibi dolci è più che sufficiente a farne svanire il fascino.

Ma questa  razionalità  non serve certo a chi li  ama.
Chi li ama non segue percorsi razionali, come si conviene ad ogni innamorato, non ha bisogno di zuccheri, la sua “non è proprio fame” e forse nemmeno “voglia di qualcosa di buono”.
Il gusto e l’olfatto agiscono in concerto fin dalla nascita, mediano la conoscenza dell’ambiente, riconoscono ancestralmente dal gusto dolce il cibo commestibile, quello che non  farà male, e l’esperienze  si imprimono nella parte del cervello legata alla memoria a lungo termine, quella che sovviene spontaneamente, quella che ci consente tutti i gesti automatici. L’automatismo di  non avvicinare la mano al fuoco per non sentire bruciare o l’automatismo di mangiare un dolce per sentire piacere.

“Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, IO ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva?…”

Proust non ha semplicemente mangiato un dolcetto a forma di conchiglia: è stato investito da tutto quello che si era attaccato a quel biscottino, l’odore,  il calore, il colore della  stagione, il sentimento, le persone e il modo in cui lo facevano sentire. Il momento.
Mangiare dolci, per chi li ama, è un’ esperienza  di piacere da attualizzare, da ripetere, a volte spasmodicamente, alla ricerca del  tempo perduto.
E più che  sapere che quel determinato cibo ci fa male, più che i sensi di colpa, più che la bilancia che sale, forse è la delusione di non riuscire a riprodurlo davvero a suggerirci che dovremmo cambiare la nostra abitudine.

“…Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo nulla di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda…..”

Il piacere lo cerchiamo nel posto sbagliato, lo cerchiamo nel sapore dolce in generale, dimenticando che era solo una piccola parte del nostro star bene.
Dovremmo cercare anche tutto il resto.
Dovremmo insomma raccontarci la nostra madeleine, sapere esattamente cosa stiamo cercando di riprodurre in termini emotivi
Individuare con precisione il tipo di dolce che vogliamo: l’esperienza di mangiatori di dolci ci aiuta, abbiamo un buon archivio del gusto da cui attingere. Se non lo sappiamo fare asteniamoci dal mangiare, perché solo sapendo quello che voglio sarò soddisfatto nell’ottenerlo.
Scegliere il dolce che ha un odore buono e percepibile, perché la maggior parte della soddisfazione che ne deriverà dipende dall’olfatto e non dal solo gusto; questo spiega perché molto dolci industriali, al di là dell’eccesso di zuccheri che stimola la fame e inibisce la sazietà, non creano mai vera soddisfazione.
Creare una ritualità nel mangiarlo: ora, luogo, solitudine o meno, silenzio o meno. Farlo solo in quelle condizioni, perché è un momento di piacere e va valorizzato.
Sapere che una seconda sorsata non mi darà il piacere della prima, e la terza ancor meno, quindi non cercare la soddisfazione nella quantità.
E per lo stesso motivo non cercarla nella frequenza elevata, al contrario stabiliamo una frequenza massima settimanale con cui concedercelo che sia, inizialmente, a metà strada tra quella attuale e lo zero.

L’esperienza non proibita, ma condotta nella maniera corretta, è quella che ridefinisce i contorni del puro e semplice piacere di mangiare un dolce, sfrondandolo dalla pesantezza del bisogno e dalla confusione dipendenza.

 

“… E’ tempo che mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è lì dentro, ma in me.”

 

 

 

Foto: scena tratta dal film “Willy Wonca e la fabbrica di cioccolato”

 

 

 

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