Io, Chiara e l’Oscuro Futuro

Chiara (nome di fantasia) ha 35 anni, 90 chili addosso, un Disturbo da Alimentazione Incontrollata e una storia  che mi racconta molto più di quello che lei dice.
Non si piace e vuole un figlio, forse non in quest’ordine.
È serena, tranquilla, non ha fretta, sembra che intraprenda una dieta per la prima volta. E non è così in effetti: l’obesità se la porta dietro fin da piccola e le diete pure.
Sorride quando mi dice che il suo peso non veniva sempre giudicato con gentilezza dai genitori, vola alto sull’ aggressività che non ha voglia di raccontare, sull’ esasperazione della madre che a volte scivolava nel disprezzo.
E allora mangiare diventava una colpa, andava fatto di nascosto, il più possibile e in fretta. E non ha mai smesso da allora, anche ora è così. L’adrenalina che sale, non riesce a fermarsi, le emozioni si confondono, il calore avvampa il  viso, un  po’ di sapore ancora, lo sente in bocca, sulla lingua, non sente nulla dal collo in giù.
Mangia esattamente e finalmente quello che le piace, in una parentesi di spazio e tempo solo sua, forse sta bene, ma non fa in tempo a chiederselo che arriva la vergogna, la colpa, le parole di rimprovero verso di sé, che ha fatto sue; ritorna a sentire il corpo e la sua forma, la pancia troppo piena, il freddo, il fardello.
“Se n’è sempre occupata lei del mio peso” mi dice a proposito della madre.
Era così e basta, le sembrava normale essere confinata dai suoi genitori ad un’alimentazione restrittiva per gestire il  peso, con la determinazione che a lei è mancata.
Ovviamente. Chiara era una bambina.
Non le competeva la determinazione: le spettava un’ Educazione. Alimentare.

E non ci sono vittime e carnefici: era preciso dovere della mamma di Chiara fare qualcosa per quella figlia che vedeva sempre più in sovrappeso, presa in giro, per la quale temeva sofferenze psicologiche e problemi fisici.
Ed era preciso dovere di Chiara fare la bambina: ubbidire alla mamma seguendo diligentemente la dieta, e, appena possibile, disubbidire abbuffandosi.
Quello che è mancato, forse, è stato un supporto adeguato nel percorso di gestione del peso.
Ma ora che Chiara vuole diventare mamma cambia tutto, cambia la prospettiva: può abbandonare il vecchio modello e costruire qualcosa di nuovo.

 

Indagine Okkio 2012 (Sistema di sorveglianza del Ministero della Sanità)
In Italia la prevalenza del sovrappeso e dell’obesità nei bambini si riduce rispettivamente di circa 1 e 2 punti percentuali, un’incoraggiante inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti, dovuta soprattutto all’incremento dell’attività fisica.
Tuttavia  le percentuali che rimangono elevate (22, 1% di sovrappeso e 10,2% di obesità) ci raccontano che storie come quella di Chiara non sono isolate, sono ancora tante, troppe.
E, come nel suo caso, spesso avviene che un bambino obeso diventi un adulto obeso; tuttavia c’è un fattore con cui la generazione di Chiara non ha dovuto fare i conti: le complicanze legate all’obesità – in particolare la sindrome metabolica (ipertensione, alterato metabolismo del glucosio, dislipidemia)  – che ora intervengono paurosamente presto, a 5, 7, 8 anni.
A leggere questi dati bisognerebbe avvertire l’urgenza di agire, peccato che, sempre secondo l’indagine, ben  il 38% delle madri di bambini in sovrappeso o obesi non riconosca l’eccesso ponderale del proprio figlio.
Da dove iniziare allora?
Da una valutazione del  pediatra, che ci dirà se nostro figlio è normopeso, sovrappeso o obeso; che misurerà la circonferenza vita e la rapporterà con l’altezza, e calcolerà il rischio di sviluppare una sindrome sindrome metabolica o altre complicanze legate al grasso in eccesso.
E proseguire col ragionare sui dati che riguardano le abitudini alimentari sbagliate che maggiormente si correlano al sovrappeso e all’obesità tra quelle evidenziate dallo studio epidemiologico di cui sopra: colazione non presente o non adeguata (esempio di colazione adeguata: latte o yogurt scremati a colazione, oppure the con una manciata di frutta secca seguiti da cereali o fette biscottate o biscotti secchi, meglio se integrali, più marmellata o miele); merende eccessive dal punti di vista di calorie, grassi e zuccheri; scarso consumo di frutta e verdura (bisognerebbe introdurre da 5 a 7 porzioni al giorni di frutta e verdura); eccessivo consumo di bevande zuccherate.
Abbiamo 4 punti su cui lavorare, sappiamo cosa possiamo modificare.
E nel caso questo approccio non si rivelasse  sufficiente  si può strutturare un intervento mirato, che non vuol dire somministrare  una dieta al bambino, ma educare i genitori (e i nonni) a correggere gli errori alimentari dell’intero nucleo familiare e far loro  acquisire un’alimentazione funzionale al mantenimento o al raggiungimento di un peso salutare per tutti.
Se l’ambiente cambia, il bambino si adatterà naturalmente all’ambiente, com’è nella sua natura.
Se il bambino è da solo a dover cambiare, a fare una dieta ipocalorica, magari mentre  il  fratello magro ingurgita 3 kg di pane e nutella quando gli va,  gli sembrerà solo una punizione, e gran parte degli aspetti educativi di un’alimentazione equilibrata saranno invalidati.
Non solo.
Puntando con sistematicità  l’attenzione sul peso e sugli introiti di  cibo e  sentendo commenti sulla propria fisicità  o rimproveri sulla condotta alimentare da parte dei genitori, magari convinti di spronarlo così al cambiamento, il bambino può sviluppare atteggiamenti e pensieri ossessivi col  rischio di approdare a un disturbo dell’alimentazione, un tipo di patologia che vede un’ età d’esordio sempre più precoce.
Com’ è successo a Chiara.
A noi, noi genitori, la scelta.

 

 

foto: Rosie’s Tea Party di Mark Ryden

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